Coronavirus: la dialettica tra emergenza sanitaria ed emergenza normativa

PISA. In questi giorni, che stanno lentamente diventando settimane, di un’emergenza medica dovuta alla pandemia di Covid-19, stiamo assistendo, insieme all’aumento delle infezioni nel nostro paese, una progressiva erosione delle libertà individuali che, dal l’avvento dell’Italia repubblicana da ora in poi, probabilmente non abbiamo mai immaginato che potessero essere compressi e limitati. Certamente non tutti allo stesso tempo e certamente non fino a questo punto.

Diritto alla salute, patrimonio comunitario. Un elenco, probabilmente non esaustivo, in effetti, fino ad oggi, dei diritti e dei beni garantiti dalla Costituzione che abbiamo ritenuto immateriali come la libertà di movimento, di residenza e di espatrio (articolo 16 della Costituzione), la libertà di le riunioni (articolo 17 della Costituzione) sono praticamente svuotate dei culti religiosi (articolo 19) e dell’educazione (articolo 33), della libertà di iniziativa economica (articolo 41, primo comma), nonché dei diritti derivanti dalla garanzia e dall’obbligo istruzione (articolo 34). Questa sospensione di tali principi cardinali del nostro ordine democratico, o di qualsiasi ordine democratico, trova tuttavia la sua origine e legittima in un altro principio fondamentale della nostra Carta costituzionale, vale a dire quell’articolo 32 (“La Repubblica protegge la salute come un diritto fondamentale dell’interesse individuale e collettivo e garantisce il trattamento gratuito degli indigenti. Nessuno può essere vincolato a un determinato trattamento sanitario solo dalla legge. La legge non può in alcun caso violare i limiti imposti dal rispetto per la persona umana “) che rende l’assistenza sanitaria non solo un bene individuale, ma un patrimonio collettivo da proteggere e salvaguardare. Anche dalla limitazione dei diritti concorrenti temporaneamente inconciliabili con lui.

In sostanza, esiste un equilibrio tra i beni garantiti dalla Costituzione, che vede la prevalenza del diritto “fondamentale” alla salute rispetto agli altri e offre al legislatore una sorta di “discriminante” per la contrazione, totale o parziale, di libertà in competizione. Questa prevalenza, tuttavia, non è affidata al giudizio discrezionale dello stesso legislatore, ma è formalmente sanzionata dalla stessa Costituzione, che stabilisce espressamente, ad esempio, che la libertà di circolazione e di residenza sul territorio dello Stato (art. .16) può essere limitato per “motivi di salute o di sicurezza”, così come il fatto che riunioni in luoghi pubblici (art. 17) possono essere vietate per “comprovate ragioni di sicurezza o pubblica sicurezza”.

L’Assemblea costituente aveva quindi già garantito una protezione rafforzata al diritto alla salute, nella sua dimensione sovrindividuale, offrendo ai detentori del potere legislativo la possibilità e il potere di intervenire rapidamente quando era minacciato, senza che fosse necessario utilizzare regole di rango costituzionale per vincolare e contrarre l’uso di altri diritti garantiti anche dalla stessa Carta.

Un equilibrio difficile. È chiaro, tuttavia, che questo equilibrio tra proprietà e norme costituzionali non può essere attivato ad libitum, ma richiede il verificarsi di circostanze oggettive che lo giustificano. Nel nostro caso, l’ipotesi è stata “oggettivata” il 31.1.2020, il giorno dopo l’annuncio dei primi casi di contagio da parte del coronavirus in Italia, quando il Consiglio dei ministri ha deliberato “lo stato di emergenza in a causa del rischio per la salute legato alla “comparsa di malattie derivate da agenti virali trasmissibili”, con una disposizione basata sull’esercizio dei poteri di protezione civile prevista dal decreto legislativo del 2 gennaio 2018, n. 1 (Codice di protezione civile), che, nell’articolo 24, disciplina “uno stato di emergenza di importanza nazionale” e che, nell’articolo seguente, specifica come gli ordini di protezione civile effettuati nel contesto di uno stato di un’emergenza di importanza nazionale può essere adottata “nonostante qualsiasi disposizione esistente, nei limiti e nei modi indicati nella risoluzione dello stato di emergenza e nel rispetto dei principi generali del sistema giuridico e delle norme dell’Unione Europeo “, sotto r è soggetto a un accordo con le “Regioni e province autonome territorialmente interessate e, quando si discostano dalle leggi in vigore, indicazione delle principali regole da cui intendono discostarsi”, che devono essere specificamente motivate.

Mentre è chiaro come il potere di dichiarare un’emergenza sia riservato al governo e, quindi, a legittimare se stesso l’adozione di misure straordinarie (senza la necessità di una revisione preliminare di legittimità della Corte dei conti, ai sensi dell’articolo 24 n. 5 del decreto legislativo 1/2018), non è contestato che, nel caso della propagazione di COVID-19, ciò sia avvenuto effettivamente prodotto, come confermato dalla sua classificazione da parte dell’OMS prima come epidemia e quindi come pandemia l’11 marzo.

Il problema del superamento dei limiti. Non vi è quindi alcun dubbio che esiste una situazione che ha legittimato e legittimato il governo ad adottare misure che limitano il godimento delle libertà individuali pur essendo tutelate a livello costituzionale, mentre è più complesso identificare i limiti di questo potere e le reali possibilità di controllo ed evitare qualsiasi superamento di questi limiti, dato che l’unico vincolo effettivamente esistente a livello normativo sembra essere il vincolo temporale.

Al di là della natura transitoria già riscontrata a livello etimologico nel termine “emergenza”, infatti, il cosiddetto “Codice di protezione civile” prevede che “la durata dello stato di emergenza di importanza nazionale non può supera i 12 mesi e può essere prorogato di un massimo di 12 mesi “(art. 24, n. 3), mentre non si dice nulla di specifico sulla portata della proroga dei poteri di intervento e quindi i limiti di” comprimibilità “di altri diritti, tant’è che già DL n. 6 del 26/2/2020 (vale a dire la prima con la quale alcune delle libertà fondamentali erano limitate) delegato e autorizzato il Presidente del Consiglio ad adottare “tutte le misure di contenimento e di gestione adeguate e proporzionate al “evoluzione della situazione epidemiologica”, così realizzando, un’attribuzione di prerogative all’esecutivo che in realtà la Carta costituzionale non prevede nemmeno uno stato di guerra (vedi art. 78 della Costituzione, che stabilisce come deliberano le Camere stato di guerra e attribuire al governo i “poteri necessari”).

Libertà normativa sostanziale. In breve, lo stato di emergenza sanitaria, sebbene oggettivamente esistente, sembra legittimare il governo ad adottare mediante il decreto di emergenza e quindi con i decreti ministeriali che legittima (quindi con una garanzia di controllo indebolito da parte del Parlamento) di misure che collegano le libertà individuali in modo astratto senza limiti, a condizione che abbiano una durata temporanea (in Italia per il momento, la durata dello stato di emergenza è stata fissata a sei mesi, ma, come detto, può andare fino a “a due anni), dato che i confini stessi, trovati nella legislazione sovranazionale vincolante per il nostro paese – la Convenzione europea sui diritti umani e il Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici – sembrano avere contorni piuttosto vaghi (“In caso di guerra o in caso di minaccia alla vita della nazione, ciascuna Alta Parte contraente può adottare misure in deroga agli obblighi derivanti dalla presente Convenzione, ura laddove la situazione lo richieda e purché tali misure non siano contrarie ad altri obblighi previsti dal diritto internazionale “, art. 15 CEDU “In caso di un’emergenza pubblica eccezionale che minaccia l’esistenza della nazione ed è proclamata da un atto ufficiale, gli Stati parti al presente Patto possono adottare misure in deroga agli obblighi imposti dal presente Patto, nella misura in cui la situazione lo richiede rigorosamente. e purché tali misure non siano incompatibili con altri obblighi imposti loro dal diritto internazionale e non comportino discriminazioni basate esclusivamente su razza, colore, sesso, lingua, religione o origine sociale “, art. 4 Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici).

E di questa sostanziale libertà normativa, che consente anche una compressione dei poteri regolatori regionali nelle materie loro affidate ai sensi dell’art. 117 Costo, poiché l’art. 120 stabilisce che: “Il governo può sostituire gli organi di regioni, città metropolitane, province e comuni in caso di … grave pericolo per la sicurezza pubblica”, l’attuale dirigente sembra essere molto consapevole, come evidenziato dalla sempre più restrittiva e invasiva legislazione in materia di libertà individuali, adottata dalla dichiarazione dello stato di emergenza e culminata nel recente decreto legislativo del 24/03/2020, che, da un da un lato, riorganizza la questione delle misure finora adottate, sia con decreti legge che con decreti ministeriali, e dall’altro aggrava sia le restrizioni al godimento di numerose libertà individuali che le sanzioni previste in caso di violazione vincoli imposti.

Decriminalizzazione, sembra essere inteso facendo riferimento esclusivamente agli obblighi previsti dal decreto legislativo, del reato di cui all’art. È particolarmente sorprendente. 650 cp (Mancato rispetto delle disposizioni dell’Autorità) che finora ha sanzionato qualsiasi persona che non ha rispettato i divieti di libertà di movimento e di riunione e l’attuazione in luogo di una sanzione amministrativa ( multa da 400 a 3.000 euro), che nonostante sia apparentemente meno angosciante, dal momento che non è una sanzione penale, in realtà è più a causa di una punizione alternativa punita alternativamente con l’arresto ( fino a tre mesi) o un’ammenda (fino a € 206) e quindi come tale estinta dall’oblazione ai sensi dell’art. 162bis del codice penale italiano, sostituisce una sanzione finanziaria molto più elevata.

Allo stesso tempo, è espressamente stabilito (art. 4 n. 6) che coloro che, sottoposti a quarantena perché risultino positivi al test di Coronavirus, evitano il “divieto assoluto” di lasciare la propria casa, direbbero ex lege, del reato di cui all’art. 452 n. 2 (colpevole epidemia), punibile con una pena detentiva da 1 a 5 anni, che le diverse regioni possono imporre limiti ancora più severi alla libertà di movimento, assemblea, iniziativa economica, ecc., Sulla loro territorio e che le prefetture possono spostarsi e delegare per controllare non solo le forze di polizia, ma anche le forze armate, con l’acquisizione automatica da parte dei soldati così impiegata della qualifica di agente di pubblica sicurezza.

Queste disposizioni sanzionatorie ovviamente si aggiungono a quelle in vigore perché sono già previste dal nostro sistema, come il crimine dell’epidemia, ai sensi dell’art. 438 del codice penale italiano (“Chiunque causi un’epidemia dalla diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo”) ma soprattutto, per le sue attuali elevate probabilità di contestazione, il crimine di “menzogna ideologica commessa dal privato in pubblico “(art. 483 del codice penale italiano, sanzioni fino a 2) reclusione, in cui qualsiasi persona che rilascia dichiarazioni false o false dovrà sostenere le autocertificazioni necessarie oggi per effettuare qualsiasi movimento entro i limiti autorizzati dal legge.

A questo proposito, va sottolineato che la successione di modelli sempre più complessi e complessi di autodichiarazione specifica sviluppati dal governo ha reso l’obbligo di verità richiesto particolarmente specifico e vincolante, al punto da creare situazioni di oggettiva difficoltà per il cittadino, dove gli viene chiesto di autocertificare le condizioni di cui egli stesso non può avere assoluta certezza (come, ad esempio, certificherà che “non è stato giudicato positivo per COVID-19 “che si è ammalato e poi si è ripreso – un divieto assoluto di viaggio per coloro che hanno contratto la malattia anche se” negativamente “?). Tutto ciò mentre l’attività delle sezioni penali dei tribunali, che continua per quanto riguarda la posizione degli indagati / accusati detenuti, vede l’attuazione sistematica di processi telematici, e quindi a distanza, che privano fatalmente i procedimenti penali di questa oralità e quindi questa vera e reale contraddizione tra le parti che è uno dei cardini del cd “processo equo” garantito dall’art. 111 della Costituzione.

Un esaurimento delle libertà e garanzie individuali. Con tutto ciò, ovviamente non intendiamo dire che ci sono abusi da parte del governo che, in effetti, come già accennato, è certamente legittimato dalla licenza e dallo stato di emergenza incontestabile, per non parlare una sorta di piano sovversivo in corso o una sospensione dell’ordine democratico nel nostro paese, ma solo per segnalare come questa imprevedibile e imprevedibile emergenza sanitaria abbia anche provocato un esaurimento, forse anche imprevisto ma importante, delle libertà individuali e garanzie poste per la nostra protezione, garantendo efficacemente i poteri del governo. e ampi poteri, penetranti e sostanzialmente incontrollati affidati allo stesso esecutivo (con il decreto legislativo 24/3/2020, ad esempio, il presidente del Consiglio dovrebbe tenere informato il Parlamento ogni 15 giorni delle misure gradualmente adottate) confinamento del esercitare lo stesso entro i confini insormontabili dello stato di diritto come lo conosciamo fino ad ora.

In conclusione, quindi, possiamo solo sperare che questa emergenza assoluta finisca il più rapidamente e indolore possibile, principalmente dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista legale, senza nessuna delle parti. nessun treno residuo.

* L’autore è un criminale del forum di Pisa e un sostituto del procuratore onorario della procura di Lucca

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