“L’Istrione”, a Catania il Sud, la bottega, i valzer di “Cucù”

“L’Istrione”, a Catania il Sud, la bottega, i valzer di “Cucù”

12/02/2019 0 Di redazione

Il Teatro L’Istrione diretto da Valerio Santi prosegue la sua programmazione con uno spettacolo ospite “Cucù” scritto e diretto da Francesco Romengo, con Nicola Notaro e Gabriele Zummo, prodotto da Officina Tea(l)tro di Palermo, in scena venerdì 15 e sabato 16 febbraio 2019 alle ore 21.00 e domenica 17 febbraio alle ore 18.00.

“Cucù” – premio miglior regia al Festival Teatri Riflessi nel 2015 e al Festival Nazionale di Teatro Città di Leonforte nel 2016 – ci riporta in una città del Sud, in un piccolo sottoscala adibito a negozio di orologiaio. Nicola, il ragazzo di bottega, giunge con una lettera di sfratto: il sottoscala, occupato abusivamente da Peppino, il titolare, va subito sgombrato. L’intero palazzo sta per essere demolito e al suo posto sarà costruito un modernissimo centro fitness.

Peppino e Nicola così vivono l’ultima notte nel loro piccolo spazio comune, prigionieri nelle loro giacche unite da un orlo comune. Si raccontano come mai prima e confrontano due posizioni antitetiche. Peppino è ancorato a quella bottega, a un passato che non c’è più: l’amore soffocante della madre l’ha tenuto sempre lontano dalla realtà e da se stesso.

Ha costruito dentro alla bottega il suo confine di separazione dall’esterno, trovando rifugio nel ticchettio di un orologio. Nicola lo spinge a reagire, a dare spazio ai suoi impulsi nascosti, ad aprirsi a nuove possibilità. Dal loro dialogo intenso e concitato scatta la molla per un definitivo cambiamento liberatorio. In questa liberazione Peppino ritrova se stesso e il diritto d’amare che aveva dimenticato, la sua identità sentimentale oltre la frustrazione. I due si ritroveranno a danzare il valzer di un’unione amorosa improvvisamente scoperta e non soltanto cucita dalle loro giacche. “L’amore è come un valzer: si deve ballare in piazza, finché l’orchestra non smette di suonare”

Note di regia

“Cucù” parla di radici, di esclusione, di diritti alla casa, al lavoro, alla libertà e all’amore. E’ la storia di due personaggi veri e poetici, due emarginati, due sconfitti che vivono in simbiosi. Racconta in modo intenso e libero da ogni retorica o luoghi comuni un amore omosessuale. Il titolo rimanda all’orologio che scandisce il tempo, ma anche al gioco in cui ci si nasconde e ci si rivela, sorprendendo. “Cucù” ha una drammaturgia asciutta, onesta; una lingua ricca di “sicilianitudini”, ma di immediata comprensione, che va dritta al cuore, senza retorica né scontati moralismi. Lo spettacolo, che vede in scena due attori, ha pochi elementi scenografici: una lampada, un’edicola votiva, l’insegna della putia, la bottega, un ring segnato di bianco stabilisce il perimetro del negozio. Elementi semplici, che permettono ai personaggi di raccontare le loro storie, evocando luoghi, incontri, fatti. Raccontarsi vuol dire anche muoversi oltre ogni confine. Ed oltre il confine c’è l’incontro. Superare il confine, dunque, vuol dire liberarsi dalle illusioni, conoscere la propria identità, darsi la possibilità d’amare. In scena gli attori con le loro voci, i loro respiri; i loro corpi si muovono in ritmi concitati, fra duro realismo popolaresco e una tenerezza quasi clownesca. In un gioco di equilibri e girotondi si strattonano, allontanano e ritornano, prigionieri nelle giacche unite da un orlo comune.

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