Haters nei guai: buone maniere d’obbligo anche sui social

Haters nei guai: buone maniere d’obbligo anche sui social

31/05/2018 0 Di Alfredo Minutoli
CONDIVIDI ---> FacebooktwitterFacebooktwitter

di Alfredo Minutoli

Ruggiscono, offendono, sputano sentenze e condannano, incuranti delle ripercussioni psicologiche che possono arrecare all’oggetto delle loro invettive: leoni da tastiera vengono definiti, haters in inglese, per un fenomeno nato nel web e accresciuto esponenzialmente con il proliferare di chat e social. Sportivi, in particolare quelli militanti in squadre avverse, personaggi dello spettacolo e politici le prede preferite che, tuttavia, sempre più spesso, stufi di tanto odio decidono di adire alle vie legali.

Riguardo lo spinoso argomento, “Le Iene”, paladine di giustizia, hanno deciso di farne un appuntamento fisso con la rubrica “faccia a faccia col suo hater”, in cui l’inviata Mary Sarnataro, dopo avere organizzato l’incontro tra la vittima e il carnefice, termina puntualmente il servizio con lo slogan: “chi la fa mi aspetti”. Perché di questo si tratta, ossia cercare di far capire a certi individui che ragioni, pareri, ideali  e convinzioni assolutamente legittime, possono sì essere espresse liberamente ma sempre rispettando  la pubblica decenza.  

Ed è su Facebook, moderna agorà lì dove tutto sembra essere concesso, che hanno finito per cacciarsi nei guai tre palermitani, Manlio Cassarà (“hanno ucciso il fratello sbagliato”), Michele Calabrese (autore di un post analago a quello di Cassarà) ed Eloisa Zanrosso (“ti hanno ucciso il fratello, non ti basta), rei di avere partecipato – come accertato dalla Digos tramite profili fake – alla grandinata di insulti che ha investito il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dopo il “no” al governo Conte per la presenza di Paolo Savona al ministero dell’Economia.

Fino a 15 anni di reclusione la pena paventata dalla Procura di Palermo (al cui vaglio ci sono decine di frasi apparse su altri profili), sulla base della pesante accusa di attentato alla libertà del presidente della Repubblica e offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica. Un provvedimento la cui possibile attuazione ha finito a sua volta per dividere il popolo dei social, con chi in merito esprime perplessità, ritenendo esagerato il  pubblico ludibrio al quale sono stati esposti i soggetti incriminati e chi, di contro, li condanna senza mezzi termini auspicando la più severa delle pene. Fatto sta che, bravata o meno, la lezione dovrebbe essere stata recepita, e se in questo caso l’obbligo di firma volto a interdire le persone dal crearsi un profilo social non può esistere, chissà, magari potrebbe bastare un profondo esame di coscienza per trovare le risposte giuste. O no?

CONDIVIDI ---> FacebooktwitterFacebooktwitter