L’Odissea degli operatori Almaviva, il call center che vuole salutare Palermo

L’Odissea degli operatori Almaviva, il call center che vuole salutare Palermo

13/04/2018 0 Di Alfredo Minutoli
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di Alfredo Minutoli

La calma apparente con cui snocciola dati, spiega dinamiche aziendali e prospetta scenari futuribili è data dalla forza che un padre di famiglia, alle soglie dei quaranta, deve necessariamente imporsi per andare avanti. Perché per Alessandro Ferrara e tanti altri colleghi del call center Almaviva  – capace da solo di occupare qualcosa come circa 3000 lavoratori soltanto a Palermo (attualmente sotto ammortizzatore sociale fino al 12 giugno), quello attuale è un momento cruciale della loro vita lavorativa. Dunque si freme, nell’attesa che l’esito dell’esame  congiunto tra azienda e sindacati, che si terrà nel primo pomeriggio di oggi nel capoluogo siciliano, possa dare i frutti sperati. 

“La gente è stanca e chiede legittimamente che venga fatta chiarezza una volta per tutte. La storia degli ammortizzatori sociali – spiega Alessandro ai microfoni di DaySicilia.com – va avanti ormai da cinque anni, mentre nell’ultimo anno è stata presa la decisione di una cassa integrazione straordinaria”. Un braccio di ferro infinito, logorante, che a dicembre del 2016 ha visto la chiusura definitiva del sito di Roma (1666 licenziamenti) oltre a quello di Napoli (fortunatamente sventato nel 2017  grazie al fatto che i lavoratori partenopei hanno accettato un congelamento temporaneo degli scatti di anzianità e una modifica del sistema di calcolo del Tfr  salvando 800 posti), con la sola Palermo rimasta a tenere testa alla holding della famiglia Tripi. Oggi, il Presidente di AlmavivA S.p.A. è Andrea Antonelli, ma nel 2008, l’allora numero uno dell’azienda Alberto Tripi, ribattezzato “il Signore dei call center” dal momento che ne gestisce a decine in tutto il mondo, nel corso di un’intervista ebbe a dire:  «vorrei capire il perché di quest´identificazione dei call center come luogo di frustrazioni e invidie; dopo il film della Ferilli (“tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, la commedia agrodolce che racconta il precariato proprio attraverso il mondo dei call center. Ndr), diversi dipendenti mi hanno scritto: perché ci dipingono così? Guardi che questi sono posti dove si lavora. Certo, c´è il giusto desiderio di professionalizzazione, di miglioramenti retributivi, di crescita. Ma in quale ufficio al mondo non c´è?».

Frasi che suonano paradossali alla luce di quanto sta avvenendo negli ultimi tempi. “Dobbiamo difendere la nostra dignità, il nostro futuro – afferma Alessandro ai microfoni di DaySicilia.com – . In questo luogo  abbiamo trascorso anni importanti della nostra vita. Molti di quelli che un tempo erano ragazzi sono ormai divenuti adulti con famiglie al seguito e mutui da estinguere. Personalmente ho iniziato a stare in cuffia poco più che ventenne – ricorda Alessandro -, e nonostante come tanti altri colleghi possegga una laurea,  ho sempre tenuto ad  assicurare la massima professionalità possibile, cercando di sposare in pieno la causa aziendale”. Delocalizzazione: è questa la parola più temuta, quella che ormai, da tempo, vede grandi committenti del calibro di Wind, Telecom, Sky o Vodafone tanto per citare i più noti, spostare i propri call center fuori dallo stivale  nell’ottica di una ottimizzazione dei costi (una partita impari per un operatore  italiano, considerato che rispetto ad esempio ad un albanese costa all’azienda cinque volte tanto) e che, a onor del vero, ha da sempre visto Almaviva battersi in prima linea affinchè si mettesse un freno a questo odioso fenomeno. Più volte, la stessa azienda ha infatti richiesto che si adottasse una delle specifiche della legge nazionale delle telecomunicazioni, quella in base alla quale, all’utente fosse data la possibilità di scegliere se essere servito da un operatore italiano o straniero. 

Che ogni società abbia piani di rientro delle spese e dinamiche interne volte a migliorare il proprio fatturato è nel normale stato delle cose, ma “è la modalità con cui vengono portati avanti determinati discorsi che lascia perplessi – afferma Alessandro ai microfoni di DaySicilia.com -; nel primo anno, che scade il prossimo 12 giungo, l’accordo triennale che doveva garantire il posto di lavoro prevedeva alcune importanti deroghe in barba al contratto nazionale delle telecomunicazioni, ovvero quattro scatti di anzianità tolti e mancata maturazione del tfr. Nei due anni successivi, l’impegno era quello di rilanciare il sito di Palermo, facendo entrare nuove commesse e riconvertendo parte del personale in information technology. In buona sostanza ci era stato chiesto di fare sacrifici per un anno con la promessa che tutto sarebbe tornato come prima, se non meglio. Con la crisi di lavoro che c’è nella nostra città, credo saggiamente, soprattutto alla luce di quanto  successo nel caso di Roma, nel corso di un referendum interno circa il 90% degli operatori, anche se a malincuore ha preferito accettare le condizioni. Un sacrificio non indifferente  – tiene a precisare Alessandro -, considerato il fatto che mediamente il nostro stipendio ammonta a 700 euro lordi mensili  per un part time di quattro ore, e che tra scatti di anzianità e tfr tolto abbiamo rinunciato complessivamente a circa 700 euro in un anno”.

Va da sé che, in una partita a scacchi dove ogni mossa deve essere ponderata, quella fatta da Almaviva è quantomeno poco chiara. “Non potrebbe essere considerata  altrimenti  – commenta amaro Alessandro ai microfoni di DaySicilia.com – la volontà di trasformare la ragione sociale di Almaviva da una SpA fortemente tutelante nei confronti dei lavoratori (in quanto comprendente l’intero comparto dei call center  nazionali) in s.r.l  che potrebbe presto tradursi in un’anticamera di licenziamenti. E’ una mossa poco trasparente, perché la presentazione di un bilancio inerente  esclusivamente il call center di Palermo, penalizzato da commesse non più brillanti e operatori anziani, a conti fatti ne potrebbe giustificare la chiusura in quanto difficile da mantenere, oltre a vanificare, come detto, le rinunce fatte quest’anno nell’ottica di un rilancio aziendale. 

La partita è comunque aperta, i sindacati hanno  chiesto dei tavoli nazionali e i lavoratori restano col fiato sospeso.  Tutto insomma può ancora succedere. L’auspicio, come sempre in questi casi è che alla fine prevalga il buon senso, perché viceversa, in una città alle prese con una crisi ormai cronicizzata e la cui emorragia migratoria sembra inarrestabile, il  solo immaginare di ritrovarsi con più di 3000 persone a spasso  potrebbe significare innescare una bomba sociale di proporzioni mai viste. 

 

 

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